Appunti per una piattaforma politica

APPUNTI SU SARDEGNA SPECIALE Premessa metodologica: alcune formule sulla società e sulla cultura La società dei frammenti La nostra attenzione si rivolge in due direzioni: da una parte c'è la Sardegna con la sua storia peculiare, il suo peculiare ordinamento giuridico, la sua struttura economica, la sua storia, la sua classe politica; dall’altra il contesto generale, nazionale ed internazionale; o meglio nazionale in quanto internazionale, cioè del’Italia così come è inserita nel sistema globale, se l’Italia provoca in Sardegna un’influenza notevole che in un certo modo media l’influenza che il mondo ha sulla Sardegna (io perlomeno lo percepisco in questo modo: un passaggio obbligato quello Italiano, nella traduzione delle culture globali nel momento in cui pervengono in Sardegna; e quello è forse anche il limite della nostra cultura: la colonizzazione culturale che l’Italia fa e ha fatto in Sardegna). Il contesto culturale e globale così come ci arriva dall’Italia lo sintetizzo sempre e ancora, finché non troveremo una definizione di maggiore interesse, nella formula: la società dei frammenti. Una definizione di Cultura C’è una grande distanza tra un mondo in cui siano visibili i fondamenti culturali e quindi istituzionali, economici, sociali e spirituali, rispetto alla nostra società molecolare dove ognuno è emittente di pensiero, ognuno è portatore di valori, autoelaboratore e diffusore di visione del mondo e in ciò ci interessa anche un approfondimento della nozione di cultura; laddove anche qui troviamo un’altra formula che useremo come lente per leggere il mondo: la definizione di cultura come ciò che in un dato contesto, in un dato gruppo, è ritenuto "vero bello buono e giusto". Oggi assistiamo alla dispersione di questi quattro concetti fondamentali componenti la cultura e quindi abbiamo un conflitto di culture, nel senso di una giustapposizione di culture che si differenziano proprio per la frammentazione delle percezioni e dei concetti. Quindi "vero bello buono e giusto" li stiamo percependo in modo molto differenziato: sono dei concetti che non si riesce nella nostra società ad assestare per rendere i discorsi comprensibili a tutti, o meglio di modo che tutti parliamo della stessa cosa, usiamo lo stesso nome volendo parlare della stessa cosa. C’è un effetto Babele. La conseguenza negativa di una società dei frammenti è proprio la babelicità delle nozioni fondamentali componenti la cultura. Tratteggiare il profilo della Sardegna Tenendo ferme quelle due formule, della società dei frammenti e della definizione di cultura per come ciò che si ritiene "bello buono vero e giusto", possiamo dedicarci ad una riflessione che riguardi la Sardegna e tentare di stabilire alcuni capisaldi che ci consentano di orientarci e stabilire il perimetro di quest'area storico-politica, di questo quasi continente. Tratteggiarne il profilo. Non una fotografia di carattere sociologico, di carattere meramente descrittivo, ma una lettura delle potenzialità che invece riguarda molto la sfera giuridica: più che il dover essere della Sardegna il poter essere. Perché se noi facciamo un’analisi del nostro contesto lo facciamo in vista di un’azione politica ed allora siamo interessati, contestualmente, sia alla realtà dei fatti o alla disposizione dei fatti, sia alle occasioni, alle potenzialità, alle opportunità perché il nostro progetto politico, che è lo scopo finale di questa riflessione, dovrà tener conto della realtà valorizzando le opportunità e scansando i pericoli o minimizzandone gli effetti. Nella nostra analisi dovremo riuscire a descrivere la Sardegna per come realmente è cercando di maturare una visione culturale più laica ed oggettiva forse meno influenzata dal rumore di fondo dei frammenti perché è una lettura che non facciamo ideologica, e non ci serve ideologica, e per ideologica intendo non tanto sotto la luce di una prospettiva dogmatica quanto influenzata e legata e quindi in un certo senso interferita e quindi fraintesa delle varie culture dei frammenti. Cioè proviamo a fare invece una analisi cartesiana, un tentativo gnoseologicamente arduo o forse impossibile, però io credo che porci nell’ottica di rifuggire dai luoghi comuni, da letture interessate e propagandistiche, da sguardi brevi, dal pensiero del palmo di naso, voler rifuggire da tutto ciò ci possa aiutare ad arrivare ad un risultato più utile a noi. Oggi cercando di allungare lo sguardo, o salire sulla cima della montagna per guardare dall'alto o fare una passeggiata in mongolfiera sopra il problema: noi vediamo una Sardegna al palo. Sardegna senza fondamenti La Sardegna non ha crescita, non ha sviluppo, in modo intenso, in modo significativo, dall'inizio della crisi alla Rinascita, e non dal 2008 come per l’Italia, ma dagli anni settanta, cioè da quando è finita la grande stagione di modernizzazione con lo sviluppo delle politiche regionali d’autonomia. Vediamo una Sardegna al palo in cui la politica con la p maiuscola, davvero intendendo non soltanto la classe politica ma l’insieme delle istituzioni formali e sociali sarde, ha perso l’idea di un cammino verso la Rinascita, ha perso un obiettivo fondamentale, divenendo in questo niente altro che un frammento del sistema repubblicano che in questo modo diventa per noi coloniale. Qui sarebbe molto interessante approfondire questo aspetto, non contrapponendoci ma accostandoci a quelle analisi che vogliono l’Italia come potenza dominatrice verso la Sardegna. Vediamo, più che un colonialismo, semmai i limiti di un autocolonialismo, cioè dello smarrimento da parte della Sardegna dello spirito statutario, inteso come Statuto di Specialità, dello smarrimento della nozione di Specialità connesso appunto ad un infragilimento della cultura autonomista, degradata a refrain, retrocessa a semplice clausola di stile con la quale si infarciscono i discorsi dei politici sardi ma che non ha più connessione con quei fondamenti che l’hanno fatta sviluppare, l’hanno dispiegata nel corso dei decenni trascorsi, del secolo ventesimo. La Sardegna è dentro il reticolo repubblicano costruito con la saggezza del costituente del dopoguerra capace di ri-espandersi quando trova il vuoto. Allora la presenza dello Stato, o meglio, per la Sardegna, le politiche dello Stato si impongono all'Isola non come frutto di un progetto o tic coloniale degli Italiani, ma come assenza di iniziativa da parte dei sardi, caduta della consapevolezza delle potenzialità dello Statuto. Lo Statuto stesso quindi non inteso più come uno status della Sardegna, cioè una sua qualità costituzionale che la vedrebbe all’interno della Repubblica con un suo progetto che è appunto la Rinascita, che sta scritto nello Statuto, che non è conseguito e quindi sarebbe da conseguire. Il problema essenziale che ha ammalato la politica sarda è questo. Nella storia sarda contemporanea vediamo sul palcoscenico della politica la grande utopia fondativa della Rinascita. Invece nell'attuale teatro del dibattito pubblico non si dà più la rappresentazione della grande opera intitolata la Rinascita, ma soltanto un noioso spettacolo dal titolo “gestione e sviluppo del sistema regione". Su quel palco si alternano due protagonisti sempre meno applauditi, e cioè il centro sinistra e il centrodestra: laddove il centrodestra si qualifica per la sua capacità di gestione senza complessi e senza pudori della spesa pubblica regionale, anche a scopo di creare consenso, mentre il centrosinistra si manifesta come coalizione prevalentemente e massicciamente orientata al restauro e alla manutenzione della macchina regionale, del sistema regione. In tempi di fortuna finanziaria, a livello locale i primi diventano autori di una spesa episodica, puntuale, sfarzosa e diffusa, i secondi hanno dato magari fiato all’autonomia locale non sempre verificando la congruità agli obiettivi e comunque sempre valorizzando l’elemento regionale, cioè curando il restauro e la manutenzione dell’edificio del sistema regione, con tutto ciò che ciò comporta. In momenti di crisi finanziaria invece, dal 2008 in poi, abbiamo un disperato ma non preoccupato metodo di spoliazione della finanza pubblica da parte del centrodestra ed un accanito e centralistico tentativo del centrosinistra di mantenere in piedi il sistema regione anche a detrimento del sistema locale. Centrosinistra, Centrodestra, sistema politico Questi due vecchi cantanti oltre che steccare sempre di più e decadere nel gradimento del pubblico stanno visibilmente finendo anche per assomigliarsi, tant’è che va tramontando la nozione così connaturata al sistema elettorale ed anche istituzionale regionale (presidenzialista e maggioritario) dello spoils-system. Il concetto di spoils-system tramonta perché alla fine gestione disinibita della spesa a livello centrale da parte della parte dominante del centrodestra, cioè sempre cagliaritana, e manutenzione contabile nonché delle posizioni di potere burocratico sempre a livello centrale da parte del centrosinistra, vengono alla fine assolti entrambi con molta somiglianza di stile e alla fine anche dalle stesse persone. Questo avvicinamento nei contenuti, nei comportamenti e nei soggetti dei due attori lascia inevasa una domanda politica che noi possiamo identificare nel concetto di rivolta. Terza formula: la politica come dialettica tra dominio e rivolta E qui arriviamo alla terza definizione , la definizione di politica. Usiamo una terza lente per leggere: la politica la possiamo vedere come una dialettica tra dominio e rivolta. Abbiamo l’istanza del potere, dell’autorità costituita, dell’immutabilità dell’Ufficio Pubblico ed invece l’istanza dell’insoddisfazione, della esclusione, dei nuovi bisogni ai quali l’assetto tradizionale non dà risposte. In questa dialettica nella misura in cui una parte, cioè l’istanza del dominio, riesce a sposare tesi della rivolta, ad interpretare i suoi temi, allora nasce un riformismo, una rivoluzione, ovvero un moto conservatore. Da questa dialettica si definisce la fase politica. In questo momento probabilmente centrodestra e centrosinistra, impegnate come sono nel rabberciare l’edificio, il Tempio del sistema Regione, che è questo colossale idolo dei politici sardi (composto da una grandissima burocrazia, da un grandissimo patrimonio e soprattutto da una gigantesca provvista finanziaria ), non riescono più ad interpretare quella parte di politica che abbiamo definito rivolta, ma sono entrambe schiacciate al servizio del dominio; e quindi abbiamo il sorgere di nuovi soggetti che fanno esplicitamente ed unicamente riferimento alla rivolta. Tutto questo non è positivo: né l’una né l’altra cosa. Cioè la scissione tra l’interpretazione dell’istanza di dominio da quella dell’istanza di rivolta impedisce il cambiamento perché impedisce il dispiegarsi di una politica riformista che faccia sintesi delle insoddisfazioni, delle lacune, delle esclusioni che emergono della società attraverso i meccanismi del potere. E’ un blocco del funzionamento della democrazia dal punto di vista sostanziale. Ed è lì, in questa crisi della dialettica dominio-rivolta, che sta la crisi della democrazia vissuta come crisi di efficacia: cioè non ci sono cambiamenti nella vita delle persone, la vita delle persone anzi non è l’obiettivo della politica. L’obiettivo della politica si riduce solo e unicamente la conservazione dell’edifico del potere. In Sardegna il 90% della politica si interessa della continua manutenzione dell’edificio Regione e della sua inevitabile espansione: per cui avremo i problemi della sanità e non della salute; i problemi di Abbanoa e non i problemi di un servizio idrico; i problemi dell’Ente Foreste e non i problemi ambientali; i problemi dell’Agenzia del Lavoro e non del Lavoro, i problemi degli edifici scolastici e non dell'Istruzione, ecc. ecc. La scissione tra il dominio e la rivolta ha come conseguenza l’indifferenza della politica nei confronti della vita. E’ chiaro che ci troviamo di fronte ad un colossale problema culturale: oggi prima di tutto nella testa delle persone, dei politici ma anche dei giornalisti, degli intellettuali, dei sardi in generale, a “buono bello vero giusto” riferito alla Regione corrispondono concetti come quelli di stabilizzazione, ricapitalizzazione, razionalizzazione, centralizzazione, depoliticizzazione, disintermediazione. Questi concetti sono i capisaldi di un pensiero non sempre trasparentemente espresso ma comunque coerentemente sviluppato a far da filo conduttore a tutte le azioni di governo ed anche legislative che sono messe in atto dalla Regione Autonoma. Tale cultura attualmente dominante è un sapere che finge d’essere concreto, si atteggia a scientifico, a tecnico. E’ il sapere della gestione, ovvero, come abbiamo visto, della manutenzione oppure dell’utilizzo spinto della macchina. E’ un’ideologia della macchina. Il pensiero interno ad un colossale meccanismo di spesa, comando della burocrazia sulla burocrazia, e amministrazione, più o meno oculata, di un patrimonio dalle dimensioni immense e sconosciute, quindi incontrollabili. Dall'ideologia della macchina all'ideologia della vita A questo tipo di pensiero andrebbe contrapposto o meglio quel pensiero andrebbe sostituito con un'ideologia della vita, intendendo una politica per il corpo e per l’anima e non più per la macchina, laddove l’obiettivo sia un radicale - fondamentale - mutamento del punto di vista rispetto alla possibilità di utilizzo del potere in relazione ai risultati concreti, e non più in relazione all’organizzazione stessa del potere. Riuscire cioè a canalizzare la dialettica dominio-rivolta verso l’esito positivo delle riforme. Allora se sono vere le premesse diventa indispensabile un mutamento culturale e la ricostruzione di alcuni fondamenti da sostituire a quelli dell’ideologia della macchina per una nuova politica del corpo e dell’anima, una nuova politica della vita. E per vita noi intendiamo la vita di ciascun cittadino, la vita delle famiglie, la vita civile, quella delle imprese e anche la vita delle istituzioni. Il complesso cioè dei rapporti sociali, economici, politici e giuridici che costruiscono attorno alla Sardegna l’Autonomia letta come Specialità o che viceversa ne ingabbiano le opportunità condannandola ad un auto-asservimento di carattere coloniale tanto spesso denunciato e però non completamente e profondamente compreso. Il grande cimento è appunto questo nuovo orizzonte di fondamenti culturali, da individuare, da costruire, da sviluppare in un’elaborazione che deve tener conto, qua sì, di un pensiero globale, anche saltando la mediazione Italiana, perché seppur alcuni concetti positivi, non recuperati in Sardegna, provengono dall’Italia, poi arriva dall’Italia anche una parte di pensiero che invece asseconda e anzi quasi prescrive quei fondamenti della ideologia della macchina, quelle istanze del dominio che abbiamo descritto prima. Per uscire dalla trappola dell’ideologia della macchina, del pensiero dominante, e quindi, ricordiamocelo questo, di una politica inefficace, deludente, tutta improntata a sostenere il dominio e completamente indifferente alle istanze della rivolta e quindi creatrice di rivolta essa stessa, occorre una nuova elaborazione collettiva che raccolga metodi ermeneutici, tradizioni culturali, metodologie politiche e tecniche di governo, disperse e silenti nel panorama politico sardo, consentendo la formulazione di una proposta avanzata nel merito e rivoluzionaria negli obiettivi che consenta una seconda stagione della Rinascita, raccogliendo un consenso largamente maggioritario nel recupero della funzione essenziale di una politica democratica che faccia sintesi delle aspirazioni del popolo oggi frammenti indistinguibili, dispersi nella sofferenza della crisi ed ignorati dall’indifferenza del potere. La quarta formula: Sardegna Speciale Ecco perché indichiamo una quarta formula, quella di Sardegna Speciale. Una iniziativa che si proponga e svolga la riflessione e la conseguente elaborazione dei fondamenti alternativi all’ideologia della macchina, a far leva sulla riconosciuta Specialità costituzionale di quella componente originaria dell’edifico repubblicano che è la Sardegna. Inviato da iPhone

Scritto da Roberto Deriu| Articolo postato il 24-07-2016
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